“Dottoressa, siamo disperati. Abbiamo prenotato tutto: mare, natura, silenzio. Ma nostra figlia non vuole partire. Dice che lì non prende internet. Non è un capriccio: è in ansia, piange, si chiude in camera. Abbiamo annullato la vacanza.”
Il termine nomofobia deriva dall’inglese NO-MObile-PHOBIA e indica la paura o l’ansia intensa di rimanere senza telefono, senza connessione o senza possibilità di comunicare.
Non è una moda.
Non è una diagnosi inventata.
È un fenomeno psicologico reale, sempre più diffuso, soprattutto in bambini, preadolescenti e adolescenti, ma spesso presente anche negli adulti.
Per molti ragazzi il telefono non è solo uno strumento. È orientamento, contatto, rassicurazione, appartenenza.
Il problema nasce quando diventa l’unico modo per sentirsi al sicuro.
Come si manifesta (e perché non è “solo uso eccessivo”)
I genitori spesso arrivano dicendo:
«Sta sempre al telefono.»
Ma il punto non è quanto lo usa. Il punto è cosa succede quando non può usarlo.
Agitazione, rabbia, insonnia, controllo compulsivo delle notifiche, difficoltà a concentrarsi, ritiro da attività non digitali, reazioni sproporzionate ai limiti.
Non sono capricci.
Sono segnali.
Il vero indicatore non è il tempo di utilizzo, ma la funzione emotiva del telefono. Dal punto di vista psicologico, lo smartphone funziona spesso come un regolatore emotivo esterno.
Calma l’ansia.
Riempie il vuoto.
Evita la noia.
Spegne il silenzio.
Dà conferme immediate.
Nei bambini e nei ragazzi che faticano a tollerare l’attesa, la frustrazione o l’incertezza, il telefono diventa una scorciatoia emotiva potentissima.
Funziona subito. Ma non insegna a regolarsi.
È qui che nasce la dipendenza: non dall’oggetto, ma dalla funzione che svolge. Una domanda semplice, che cambia tutto:
“Mio figlio usa molto il telefono o ne ha bisogno per stare bene?”
La differenza è sottile, ma decisiva. La nomofobia è presente quando, senza telefono, il bambino o il ragazzo:
- va in crisi
- si sente perso
- diventa irritabile o angosciato
- non sa cosa fare di sé
Non perché sia “viziato”, ma perché non ha ancora altri strumenti emotivi.
Il ruolo dei genitori (senza colpe, ma con responsabilità)
Qui serve dirlo chiaramente: la nomofobia non nasce perché un genitore ha sbagliato. Ma può mantenersi se il contesto non offre alternative emotive e relazionali.
In molte famiglie il telefono diventa una tregua: per il figlio, ma anche per l’adulto.
I bambini imparano molto meno da ciò che viene detto e molto di più da ciò che viene mostrato.
Non servono crociate contro la tecnologia. Servono confini, presenza e accompagnamento. Regole sì, ma spiegate. Riduzioni graduali, non strappi improvvisi. Spazi senza schermo, con qualcuno, non nel vuoto.
E soprattutto: restituire dignità alla noia. La noia non è un nemico. È il luogo in cui nascono pensiero, creatività, autonomia.
Quando è utile chiedere aiuto?
È il momento di chiedere una consulenza psicologica quando:
- l’uso del telefono interferisce con scuola, sonno o relazioni
- l’ansia senza dispositivo è intensa
- ogni limite diventa una battaglia
- il genitore si sente costantemente impotente
L’intervento non serve a “togliere il telefono”. Serve a rimetterlo al suo posto. La nomofobia non si combatte con il controllo. Si affronta con la relazione.
Un bambino che impara a riconoscere e regolare le proprie emozioni non ha bisogno di un oggetto per sentirsi al sicuro.
Il telefono può restare. La paura no.
Questo articolo è stato redatto dalla
Dott.ssa Bonvino Aurora
Psicologa
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